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                                      Memoria 02/01/2012
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                                      _“Perché?”
                                      “Uhm?”
                                      “Perché la Natura permette la nostra esistenza?”
                                      Sposta gli occhi su di me e mi fissa. Intensamente, ma solo per un momento, perché poi il suo sguardo di nuovo si perde, tra le fronde inestricabili, seguendo l'intreccio delle linee che disegnano le antiche cortecce degli alberi.
                                      Non so se sta pensando ad una risposta o più semplicemente mi sta ignorando.
                                      “Siamo esseri a metà, esistiamo solo di notte.”
                                      Io insisto.
                                      Lui sbatte le palpebre, lentamente. Un altro lungo minuto di silenzio, prima di riuscire a focalizzare di nuovo l'attenzione su di me.
                                      “Non siamo i soli. Molte creature vivono solo per metà della giornata.”
                                      Porta le mani a coppa davanti al petto, mostrandomele, i polsi che si toccano e i palmi aperti rivolti verso l'alto.
                                      “Anche i fiori, di notte, è come se fossero morti” e con una delicatezza che non mi aspetto mai da quelle mani artigliate mima una corolla che si chiude su se stessa.
                                      Intreccia le dita tra di loro, e io chiudo le mie sulle sue.
                                      “I fiori sono vivi. Daranno frutti, faranno sbocciare altri fiori. Noi non siamo vivi, non siamo morti. Siamo creature a metà. Come è possibile?”
                                      “Non lo so” lo ammette con un candore tale che mi disarma.
                                      “Togliamo la vita e non diamo nulla in cambio.”
                                      “Anche gli esseri umani.”
                                      Non gli piacciono proprio gli esseri umani. Sorrido.
                                      “Gli esseri umani possono creare la vita. Noi cosa possiamo dare al mondo?”
                                      Si sdraia a terra, a braccia larghe, i capelli scompigliati che si riempiono di foglie.
                                      Affonda le dita nella terra scura.
                                      “Il terreno, in sé, è sterile. Dà solo appoggio alla vita. Diresti che non dà nulla al mondo?”
                                      “Beh… no.”
                                      “Siamo come il terreno, Markus.”
                                      “Non capisco. Come possiamo essere di appoggio alla vita, alla Natura?”
                                      “Portiamo una cosa con noi che al mondo serve. Una cosa che solo esseri come noi possono portare.”
                                      La curiosità mi attanaglia, ma con le ultime parole di Laszlo a sfumare è sceso un silenzio così pesante che non oso spezzarlo con un'altra domanda. Il vento ha smesso di soffiare, non passa nemmeno la più sottile brezza. Gli abitanti della notte tacciono. L'intera foresta sembra essersi addormentata, i rami immobili e le foglie silenti.
                                      Perfino il buio sembra più denso, impenetrabile. Cerco nel nero il baluginio rosso dei suoi occhi, ma li ha chiusi, immerso ad ascoltare il silenzio.
                                      Sento le sue dita cercare le mie. Glielo afferrò, spasmodicamente.
                                      “Quello che possiamo dare al mondo, Markus, è la memoria.”
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                                      Futuro 01/27/2012
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                                      Picture
                                      Scribacchiamenti randomici.
                                      Perché mi piace scribacchiare randomicamente su personaggi che compaiono all'improvviso nella mia vita e a cui mi affeziono un sacco.
                                      Prendeteli come capitano, è ancora tutto un work in progress. Ovviamente randomico ♥

                                      (tutti i possibili riferimenti a fatti, cose, persone o luoghi esistenti sono da considerarsi puramente causali)



                                      Futuro

                                      La musica è alta, assordante. Caotica. Forse ancor più caotica del solito.
                                      I corpi si ammassano, onda su onda, sbattendo contro il palco basso, flutti di carne che si incontrano e si scontrano, gli uni contro gli altri. Un gomito contro una schiena, una ginocchiata contro un'altra gamba, corpo su corpo in una danza di sfrenata confusione. Mi arriva un pugno nelle costole, ma lo sento appena. Quasi mi dispiace non riuscire più a farmi male in quell'estasi di insensato delirio a dir poco selvaggio.
                                      Inspiro a fondo, un misto di sudore e birra scadente, eccitazione e fermento.
                                      Una selva di capelli crestati si allunga davanti ai miei occhi: il caldo è torrido e appiccicoso, il sapone che tiene su quelle gloriose creste comincia a schiumare, si alzano sottili bolle di sapone e su molte schiene nude cominciano anche a colare le tinte da quattro soldi. Le voci sono sempre più rauche per le urla e gli strepiti, del pubblico quanto della band che sta cercando di suonare qualche cosa di davvero poco sensato sul palco. È più che altro un buttare fuori sgolandosi tutta l'incazzatura accumulata.
                                      Inspiro a fondo quel marasma di chiasso e sfrenata libertà. Inspiro a fondo e poi mi dileguo: quei corpi sudati e seminudi sono sempre più caldi, sempre più invitanti.
                                      Mi allontano, scivolando tra la folla, questa volta senza che nessuno riesca per sbaglio a colpirmi o spintonarmi. Mi allontano, la musica ancora nelle orecchie e nel petto, dove rimbomba al posto del cuore che ormai non batte più da tempo.
                                      Il Virus è sempre più affollato, fanno le cose sempre più in grande. I concerti sono sempre più rumorosi, rido a quanto anche i vicini benpensanti urlino per sovrastare quella magnifica confusione, per far tacere quella manica di disperati.
                                      Mi allontano, cercando un po' di calma. Non c'è silenzio, non nelle vicinanze di quel capannone. Mi devo allontanare ancora un po', allontanarmi dalle luci della festa, dal rumore del concerto. C'è quiete nell'ombra. Nell'ombra ci sono anche dei ragazzi, ragazzini, sbandati, senzatetto, bimbi sperduti, girovaghi, pazzi. Ne becco un paio che si stanno facendo un pera, nascosti dietro un cassonetto della spazzatura. Lui è collassato nel mondo dei sogni del delirio, ma lei è ancora sveglia. Ha un sorriso ebete, lo sguardo vacuo. Mi vede e ride, forse mi conosce, forse mi ha visto ad un concerto, biascica il mio nome e qualche cosa d'altro, ma è troppo strafatta, non hanno senso le sue parole troppo allegre. Prova ad alzarsi, le vado a dare una mano. Barcolla, mi passa le braccia attorno al collo, getta la testa indietro e ride forte.
                                      Le carezzo i capelli – verdi, un bel verde brillante – e le sussurro che va tutto bene. Lei mi crede, si abbandona tra le mie braccia, un po' canta e un po' biascica una canzone dei Crass che anche io conosco. La canto insieme a lei e la bacio sul collo. Il sangue pulsa, caldo e denso, appena sotto quella pelle sottile. Continuo ad accarezzarla e la mordo, famelico. Ha un odore troppo invitante.
                                      Sussulta, per un attimo trema, ma è davvero troppo sballata per accorgersi di quello che sta succedendo. Mordo più forte, l'eroina che le scorre nel sangue mi passa sulla lingua, ne sento il sapore in fondo al palato, penetra dentro, per un attimo mi sembra di essere tornato a quando…
                                      La allontano di scatto, la sua testa ciondola come fosse fatta di gomma, il collo squarciato che continua a buttare sangue. L'istinto mi spinge a cercarne altro, a continuare a succhiare finché non la prosciugo, ma un altro istinto, più pressante, mi ha fermato.
                                      Non capisco, ci metto almeno qualche secondo a rendermi conto che è stata una paura irrazionale quella che mi ha assalito all'improvviso, che mi ha fatto lasciare la presa sulla mia preda.
                                      Mi acquatto, ancor più nell'ombra. La ragazzina tra le mie braccia è svenuta, ma è ancora viva, lo sento dal battito, ma è sempre più opaco. Il sangue scorre irrequieto dal suo collo, mi cola sulle mani e mi macchia la maglietta.
                                      Il suo compagno è ancora immobile, perso nel suo mondo drogato. Non c'è nessun altro.
                                      Nessuna presenza.
                                      Eppure…
                                      Eppure l'istinto mi tiene all'erta.
                                      Ci metto un'eternità ad accorgermi di lui. Come ogni volta.
                                      Un gatto tigrato mi fissa, appollaiato su una finestra del palazzo di fronte a me. Muove la punta della coda, un guizzo rapido, quasi distratto, che per un attimo dubito di avere davvero visto. Immobile, mi fissa dal buio. Occhi rossi che brillano nel nero.
                                      Ingoio la paura, deglutisco il terrore, placo l'istinto che mi aveva messo in allarme.
                                      “Sei tornato” gli sorrido, nonostante la scossa che ancora mi vibra sottopelle. Era un sacco che non si faceva vedere. Troppo.
                                      Di nuovo un guizzo della coda. Mi fissa, continua a fissarmi, immobile.
                                      Abbasso lo sguardo sulla ragazza che ancora stringo tra le mani. Il sangue scorre dalla sua gola lacerata sempre più lento. È quasi morta. Manca davvero poco. Sento il cuore rallentare fino a fermarsi.
                                      La adagio al suolo e la sistemo. La ricompongo, nascondo le mie tracce, simulo un delitto. Che sembri solo una normale tossica, una rapina, un'aggressione per rubarle i pochi spicci o la droga che aveva addosso. L'hanno aggredita e le hanno tagliato la gola. Il sangue sull'asfalto è poco, lo sanno tutti che questi punk sono masochisti, che si tagliano per fare spettacolo. Chissà in che condizioni si era ridotta, questa povera disgraziata.
                                      Credibile come storia.
                                      Il gatto osserva tutte le mie mosse, immobile e attento. Solo quando ho finito con questa noiosa incombenza decide di muoversi. Mi aspetto sempre di vederlo stiracchiarsi, come farebbe un gatto normale, ma lui si muove rapido, deciso, in un attimo è sceso dal secondo piano e mi cammina in cerchio intorno ai piedi.
                                      Lo prendo in braccio, anche se non ho ancora capito se gradisca o meno la cosa. Ma mi lascia fare, gli accarezzo la testa e lui mi lecca le dita ancora sporche di sangue. Gli gratto dietro le orecchie, si fa fare qualche coccola prima di guizzarmi sulle spalle e lì piazzarsi. Un collo di pelo. Gli allungo un altro grattino prima di muovermi. Milano è ancora sveglia, il week-end le fa fare le ore piccole, c'è ancora un sacco di gente che gira per strada nonostante sia davvero molto tardi per i mortali. Mi muovo in fretta, nell'ombra, cerco di evitare tutti. A lui non piace la gente.
                                      Rimane sulla mia spalla finché non arriviamo a casa – un seminterrato davvero molto interrato – in una palazzina che è stata squattata ormai da anni. Gli altri inquilini mi hanno lasciato la cantina senza problemi, mi credono davvero troppo fuori dal mondo per anche solo aspirare ad una stanza a piani superiori: sono solo un pazzo probabilmente strafatto che non si vede mai di giorno. Preferiscono non avermi troppo in giro. Li posso capire.
                                      Chiudo bene la porta e controllo che l'unica finestrella della stanza sia ancora come l'ho lasciata, completamente tappata e senza possibili spiragli.
                                      Quando mi giro il gatto sta valutando la stanza. Annusa in giro, scruta tutti gli angoli.
                                      Mi stravacco sulla poltrona-divano-branda che campeggia in mezzo all'appartamento. Potessi berla in questo momento ci starebbe benissimo una birra.
                                      “Non preoccuparti, non ci sono pericoli qui” lo rassicuro, anche se so che non sarà tranquillo finché non se ne sarà appurato di persona.
                                      Ci mette ancora lunghi minuti prima di darmi ragione. Un'ombra nell'ombra, vedo la sua forma sfocata ingrandirsi fino a riprendere fattezze umane. Scivola nel cono di luce della lampadina che pende miseramente dal soffitto. Movenze ferine. Viso da sbarbatello. Occhi rossi e antichi come l'inferno.
                                      Di nuovo un brivido che mi si spande lungo tutto il corpo, sotto la pelle.
                                      Si sposta verso un angolo della stanza, dove assi di legno sconnesse coprono alla meno peggio il pavimento sfondato. Le toglie tutte, lasciando respirare la nuda terra al di sotto. Era stata la condizione fondamentale perché lui accettasse di dormire con me, nella mia tana: avere la terra. Aveva divelto il pavimento con una facilità disarmante, scavando nel cemento armato fino ad arrivare alla terra nera. Come ogni volta ci si siede sopra, le mani che affondano nel terreno umido, gli artigli come si aggrappassero ad essa.
                                      Mi alzo e lo raggiungo, mi siedo di fianco a lui. Appoggio la fronte sulla sua spalla, e lui piega appena la testa per toccare la mia.
                                      “Sei stato via tanto” quasi un anno. Avevo smesso di contare i mesi dopo il sesto.
                                      “Lo so” non è vero, non lo sa, la sua concezione dello scorrere del tempo è completamente diversa dalla mia. “Scusami.”
                                      Sorrido lo stesso. Non sa in che modo – ogni santissima volta – riesce a ferirmi, ma sa che lo sta facendo e le sue scuse sono sincere.
                                      Lo abbraccio. Nonostante la felpa troppo larga mi sembra comunque di stare abbracciando una roccia. Nei suoi capelli c'è l'odore della terra e del muschio, di freddo e di terre lontane che non riconosco. Doveva essersi allontanato davvero tanto questa volta.
                                      “Era da molto che mi seguivi?” gli chiedo, dopo lunghi minuti di silenzio. Amo il rumore, la confusione, il silenzio non è proprio il mio elemento.
                                      “Questa e le due notti che l'hanno preceduta.”
                                      “Non ti ho notato.”
                                      “Lo so” lo sento sorridere, appena appena.
                                      “Mi tenevi d'occhio?”
                                      “Ne hai ancora bisogno.”
                                      Vorrei replicare, ribattere. Lui sa che cosa vorrei dirgli, che cosa giustamente potrei rinfacciargli. Sappiamo entrambi quello che vorrei dire. Quindi non lo dico.
                                      “Sei giovane. Devi stare attento quando ti nutri.”
                                      “Lo sono.”
                                      “Se è come oggi no, non lo sei. Non ti posso essere d'aiuto se ti cacci nei guai” e questa volta fu lui ad abbracciare me.
                                      Ero diventato un immortale da poco più di tre anni. Non mi ero certo fatto illusioni, sapevo bene che non potevamo essere solo noi due, anche se ne avevo incontrato solo un altro in tutto questo tempo. Un novizio come me, un disadattato peggio di me, senza Sire, senza guida. Abbandonato a se stesso. Lo avevamo incontrato  dalle parti della Bovisa, che girava tra le fabbriche chiuse, mentre ero alle prese con le mie prime lezioni di caccia. Anche lui stava cercando qualcuno da mangiare, e ci aveva attaccato, furioso e spaventato. Era finito con il cranio frantumato in meno di un batter d'occhio.
                                      La mia lezione di caccia che si era tramutata in una dimostrazione di sopravvivenza. Non fare come quel novizio. Mai. Il tuo avversario è sempre più forte.
                                      Era stata davvero la prima cosa che mi aveva insegnato, la prima cosa che mi aveva detto appena ero stato in grado di comprendere di nuovo: non farsi notare. Stare sempre all'erta. Mai, mai, mai e poi mai fare in modo di mettersi in pericolo.
                                      “Come potresti non essermi d'aiuto? Sei antico, sei potente.”
                                      L'avevo visto combattere solo in quell'occasione e mi era bastata per provare un terrore folle ogni volta che avvertivo la sua presenza serpeggiare nell'ombra.
                                      Medita a lungo sulla risposta da darmi.
                                      “Non ci sono sempre. E non conosco i clan di questi luoghi. Non conosco nessun clan in verità. Sono antico ai tuoi occhi, ma ci sono vampiri ben più antichi di me, e che hanno potere, che hanno legami.”
                                      Lo strinsi più forte.
                                      Era un essere antico e molto solo. L'aveva capito dal primo incontro. L'aveva capito da quei grandi occhi, tanto spaventosi quanti persi. Io ero nelle stesse condizioni della ragazza di questa sera e lui era rimasto a fissare il mio delirio da drogato per delle ore. Pareva interessato alla scritta “NO FUTURE” che campeggiava prepotente sulla mia maglia. In un momento di folle masochismo avevo anche cominciato ad incidermelo sul braccio.
                                      Lui mi aveva guardato, gli occhi fissi nei miei finché non aveva colto un ultimo barlume di lucidità.
                                      “Vuoi il futuro?”
                                      Me l'aveva chiesto in un sussurro, quasi temesse di farsi sentire da altri a parte me. Non ricordo altro di quella notte, solo tanto dolore come non ne avevo mai provato e mai più ne proverò, e lo scambio di una promessa.
                                      “Insegnami il tuo mondo e io ti darò il futuro.”
                                      Era stato difficile mantenere quella promessa, per tutti e due. Spiegare il mondo degli anni Ottanta ad un vampiro medioevale era difficile tanto quanto convincere un punk tossico che il futuro sono i ghiacciai eterni e la forza tenace della Natura. Lui aveva imparato in fretta, mi ascoltava parlare anche per delle intere ore, gli occhi grandi attenti e curiosi.
                                      Io ero decisamente meno paziente. Ogni tanto mi sembra che entrambi fossimo sul punto di lasciare perdere. E in più, troppo per i miei gusti, spesso lui spariva – non sapevo dove andasse di preciso, ma quando tornava aveva sempre addosso odore di muschio e humus, di bestie selvatiche e di vento.
                                      “Sei antico, come puoi non conoscere nessun clan?” come sapevo poco di lui. “Non hai un tuo clan? Una famiglia? Un… qualcosa?”
                                      È una delle poche volte in cui mi risponde subito, senza stare a pensarci.
                                      “Non so se potessimo essere definiti un clan. Eravamo un gruppo molto disorganizzato.”
                                      “Ma li consideri il tuo clan, giusto?” non l'avevo mai sentito parlare con un tono di voce così dolce. E sorridere così apertamente.
                                      “Sì. Non li vedo da secoli, ma sono il mio clan.”
                                      “Raccontami, ti prego.”
                                      “Ci siamo trovati per combattere un nemico comune. Un vescovo che ci aveva fatto il torto peggiore che si possa immaginare. Eravamo un gruppo davvero male assortito” li enumera tutti, sorridendo a quelli che devono essere davvero dei bei ricordi. “Uno zingaro, un matto, un cadavere ambulante. L'uomo nero, un piccolo re, la signora delle tenebre… e Sip.”
                                      “Sip?”
                                      Ride, per la prima volta da che lo conosco sento Laszlo ridere di cuore.
                                      “Ti racconterò, se lo vorrai. Ma non adesso, il sole sta per sorgere. Ci saranno tante altre notti per i racconti.”
                                      Scioglie l'abbraccio in cui eravamo rimasti fino a quel momento. Scivola via dalla mia presa e come ad ogni alba si prepara a sprofondare nella terra.
                                      Gli prendo una mano, prima che ne venga inghiottito.
                                      “Fammi dormire con te.”
                                      Mai come in questa gelida alba l'ho sentito così distante, anche se siamo qui, entrambi.
                                      Lui mi guarda a lungo, cerco di reggere il suo sguardo ma le palpebre calano: l'alba è davvero prossima, sento quasi i raggi del sole bussare alla finestra sbarrata.
                                      Giusto un attimo prima che crolli ricambia la stretta della mia mano: mi bacia sulla fronte e poi mi guida per farmi stendere sulla terra, umida e fresca.
                                      Sento la sua stretta gentile, le sue braccia e il suo petto contro il mio, e la terra nera che abbraccia entrambi.




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                                        Parto in maniera randomica, magari questo blog diventerà una cosa seria. Magari no. Abbiamo tutta la vita per scoprirlo.

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